SINDROME DI STOCCOLMA: Amore Prigioniero!

Sono denominate sindromi quei disturbi che si differenziano dalle malattie per origine e sintomatologia del male stesso, ma talvolta si tratta di problemi di minor intensità e durata nel tempo. La Sindrome di Stoccolma più che un disturbo è ritenuto un particolare stato psicologico che si verifica in seguito ad un evento estremamente violento e traumatico come un sequestro di persona o un abuso ripetuto.

È affetto da Sindrome di Stoccolma il soggetto che durante l’abuso o la prigionia forzata, e talvolta anche in seguito, prova un sentimento positivo, fino all’amore, nei confronti del proprio aguzzino. In altre parole si crea una sorta di alleanza e solidarietà tra la vittima e il carnefice.

Le cause di tale paradosso vanno cercate nel più profondo della psicologia umana ma soprattutto all’interno di quella sfera emotiva comunemente detta “paura”. Gli psicologi ritengono che sentimenti tanto positivi nei confronti di qualcuno tanto “cattivo” siano dovuti al fatto che costui si dimostra in realtà “buono” e si pone in maniera benevola nei confronti del sequestrato perché percepisce a sua volta come ben più pericoloso per la propria incolumità un intervento della polizia. Di rimando la vittima comprende che la propria “salvezza” è direttamente legata al proprio aguzzino e cerca perciò di avvicinarlo dal lato umano. È considerata un’inconscia difesa per sopportare e superare il trauma, che fa parte di una più complessa strategia inconscia efficace per molte vittime uscite incolumi da sequestri. Alcuni rapitori hanno dichiarato inoltre che è molto più difficile agire in maniera violenta quando gli ostaggi collaborano e sono accondiscendenti. Possiamo quindi dire che la sindrome è bilaterale poiché investe allo stesso modo vittima e aguzzino unendoli in un rapporto di complicità.

Si ritiene che la cura per soggetti che, nonostante siano vittime, non riescano a staccarsi dal proprio aguzzino risieda in una terapia specialistica.

La Sindrome di Stoccolma prende nome da una rapina nella capitale svedese nell’agosto del 1973: quattro impiegati di una banca furono tenuti in ostaggio per sei giorni da due criminali. Con grande sorpresa degli inquirenti, una volta rilasciati, espressero sentimenti di solidarietà verso i propri sequestratori arrivando a testimoniare in loro favore. Una delle donne rapite instaurò addirittura un vero e proprio legame sentimentale con uno dei due criminali che si protrasse oltre il rilascio.

Tra i casi noti di Sindrome di Stoccolma, molti italiani ricorderanno il sequestro nel ’90-‘91 del piccolo Augusto De Megni, tenuto prigioniero per 110 giorni in cambio di un riscatto. Il bambino di appena 10 anni fu colto da sindrome di Stoccolma in particolare nei confronti di uno dei sequestratori. Vi è un’intervista al bambino (min. 1’35’’) appena rilasciato in cui possiamo sentire dalla viva voce della vittima il proprio stato d’animo sorprendentemente sereno! Non contento nel 2006 Augusto si fece “rinchiudere” volontariamente nella casa del Grande Fratello 6, edizione che peraltro vinse. Per chi fosse ulteriormente interessato a questa vicenda, Rai Educational ha dedicato una puntata di “La storia siamo noi” ad Augusto De Megni.

È passato agli onori della cronaca internazionale il caso di Colleen Stan, ragazza americana sequestrata a 20 anni da una coppia (Janis e Cameron Hooker) e tenuta prigioniera dentro una bara di legno sotto il letto per ben 7 anni, dal 1977 al 1984. In realtà la ragazza crebbe in un regime di prigioniera e violenza (fisica, sessuale e psicologica) ma come membro della famiglia al tempo stesso. “The simple gifts of life” e “The girl in the box” sono rispettivamente il libro e documentario televisivo sulla vera storia di Colleen Stan, oggi sposata e con due figlie. Ecco il link con l’unico spezzone del documentario (in inglese) ancora reperibile su YouTube.

Il caso recentemente più noto è quello della ragazza austriaca Natasha Kampusch, la quale rapita nel 1998 all’età di 10 anni fu tenuta prigioniera per 8 prima di riuscire a scappare. In seguito alla fuga ha scritto il libro di successo “3.096 giorni” all’interno del quale lei stessa descrive la propria prigionia non sempre nel modo in cui ci si aspetta. “La mia gioventù è stata diversa, ma mi sono anche state risparmiate molte cose: non ho iniziato a fumare o a bere, e non ho frequentato cattive compagnie”. Perciò si specula che anche lei, in seguito al trauma, fosse affetta da Sindrome di Stoccolma.

Alberto Genovese